italiano 1 - Life in Space | Audio Guide

Vai ai contenuti


TI DIAMO IL BENVENUTO A “LIFE IN SPACE”
Ti racconteremo dello spazio e delle sue meraviglie attraverso la voce dei suoi protagonisti, la loro visione e gli strumenti straordinari che ne hanno consentito l’esplorazione.
 
Grazie agli oltre ottanta reperti messi a disposizione dall’US SPACE ROCKET & CENTER, ovvero il centro visitatori della NASA, nonché dall’Agenzia spaziale europea, o ESA, e dall’Agenzia spaziale italiana, tra cui veicoli spaziali, satelliti, razzi e modelli in scala, potrai prendere parte alla più grande avventura in cui si sia imbarcata l’umanità; un’avventura che, grazie al coraggio e all’intelligenza di scienziati, tecnici e astronauti, ha portato l’uomo ben oltre i confini del proprio pianeta.
 
Detto questo, prima di tuffarci in questo viaggio e negli oltre 800 metri quadrati di pura interattività in stile campo di formazione spaziale, dove potrai provare sulla tua pelle le sensazioni condivise da astronauti e cosmonauti durante il training, ti suggeriamo di prenderti un momento per riflettere su questa citazione visionaria: “... Scegliamo di andare sulla Luna in questa decade, e di fare le altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili...”.
 
Sono le parole di un indimenticabile discorso fatto da John Kennedy il 12 settembre 1962 presso la Rice University, che demarcò uno slittamento di prospettiva tra le superpotenze che condividevano il mondo all’epoca. Durante i difficili anni della “Guerra fredda”, quest’affermazione costituì la risposta alle sfide che, dal 1957, l’Unione sovietica aveva lanciato agli Stati Uniti nella “corsa allo spazio”, incluso il lancio in orbita del primo satellite artificiale, Sputnik, così come i viaggi del cane Laika e del primo essere umano, il cosmonauta Jurij Gagarin.
 
Forse meno noto però, nonostante la sua importanza, è un altro passaggio fondamentale del discorso, in cui il presidente Kennedy mise al centro non la competizione ma lo straordinario potenziale della cooperazione: “Al momento non c’è conflitto, pregiudizio né lotta nazionale nello spazio. I suoi pericoli lo rendono ostile a tutti.
 
La sua conquista richiede che tutta l’umanità dia il proprio meglio, e l’opportunità che presenta per la nascita di una cooperazione pacifica potrebbe non ripresentarsi mai più...”.
 
Fu così che ebbe inizio l’avventura dell’uomo nello spazio, che in appena pochi anni avrebbe coronato un sogno vecchio di secoli. Fu questo lo spirito che alimentò l’impresa che, nel luglio del 1969, permise agli Stati Uniti di inviare un equipaggio sulla Luna e, nel luglio 1975, l’aggancio tra una capsula sovietica Sojuz e una navicella spaziale del programma Apollo, in un abbraccio orbitale con grandissima valenza simbolica.
 
Il risultato di questa collaborazione non ha mai smesso di stupire, e oggi è più rilevante che mai: la Stazione spaziale internazionale rappresenta forse il più alto livello di complessità e integrazione tecnologica e scientifica mai raggiunto. Nata dallo sforzo congiunto di Stati Uniti, Russia, Unione europea, Canada e Giappone, è occupata ininterrottamente da vent’anni e ha ospitato 230 astronauti di 18 nazionalità diverse.
 
Il nostro viaggio comincia qui, dal presente, rappresentato dalla finestra della Stazione spaziale internazionale, da cui vengono scattate alcune delle più belle foto del nostro pianeta. La domanda è, come siamo riusciti ad arrivare fin qui? Che strada abbiamo seguito? È il momento di scoprirlo insieme.

FINESTRA DELLA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE
La cosiddetta “Cupola” è un modulo progettato per l’osservazione della Stazione spaziale internazionale, in breve ISS. È stata costruita dall’ESA a Torino, in Italia, e prende il nome dalla parola italiana con lo stesso significato. Il lancio è avvenuto l’8 febbraio 2010 a bordo dello Space Shuttle, durante la missione STS-130, in concomitanza al modulo Tranquility (Nodo-3). Una volta installata la Cupola, il complesso dell’ISS ha raggiunto l’85 per cento di completamento.
Si tratta di un piccolo modulo progettato per l’osservazione delle operazioni all’esterno della stazione, come le attività robotiche, l’approccio di veicoli e le passeggiate spaziali. Le sue sei finestre laterali e la finestra di osservazione diretta al nadir offrono una vista spettacolare della Terra e degli altri oggetti celesti. Le finestre sono dotate di protezioni che possono essere chiuse per schermarle da contaminazioni e collisioni con detriti orbitali o micro-meteoriti.

JULES VERNE - PARAFRASI
L’uomo sulla luna era forse una profezia? Il romanzo “Dalla Terra alla Luna” scritto da Jules Verne nel 1865 descrive un immaginario viaggio verso il nostro satellite, anticipando di oltre 100 anni gli eventi del 20 luglio 1969. Il libro racconta di un proiettile con tre persone a bordo che, lanciato da un cannone, riesce a raggiungere la luna; e benché gli astronauti di Verne manchino di allunare, rimangono comunque in orbita intorno al satellite. Nel romanzo, uno dei protagonisti pronuncia le seguenti parole: “... Se ascoltassimo certi cervelli limitati (mai aggettivo è stato più adatto), l'umanità sarebbe rinchiusa in un cerchio di Popilio che mai essa riuscirebbe a superare, essendo condannata a vegetare su questo globo senza alcuna speranza di slanciarsi un giorno negli spazi planetari! Sciocchezze! Si andrà sulla Luna e poi sui pianeti e sulle stelle come oggi si va da Liverpool a New York, facilmente, rapidamente e in modo sicuro...”. Appena un secolo dopo, l’uomo atterrò davvero sulla Luna.

DALLA TERRA ALLA LUNA: L’INFLUENZA DELLA FICTION
“Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne ha ispirato generazioni, inclusi molti pionieri del viaggio spaziale. Pubblicato nel 1865, narra la storia di un’associazione di Baltimora dedicata alle armi da fuoco, i cui membri si convincono di poter impiegare un cannone per sparare sulla Luna un proiettile con a bordo delle persone. La storia raccontata da Verne è una tale fedele riproduzione di quello che sarebbe poi effettivamente accaduto da risultare quasi inquietante. E nonostante il lancio della capsula vada a buon fine, è necessario leggere il sequel, “Intorno alla Luna” per scoprire cosa succede dopo. Questo volume è una prima edizione in francese, la lingua originale dell’opera.

“COLUMBIAD” DI JULES VERNE
Jules Verne, un famoso autore di fantascienza, ha dato ispirazione a molti dei primi costruttori di razzi. Il suo romanzo “Dalla Terra alla Luna”, scritto nel 1865, racconta di tre uomini lanciati dal nostro pianeta tramite un dispositivo simile a un cannone, con l’obiettivo di consentirne l’allunaggio. Nonostante il libro sia uscito con più di cento anni d’anticipo sull’evento vero e proprio, molti dei dettagli inclusi da Verne sembrano predire il futuro: non solo alcune delle missioni descritte sono simili alle attività del programma Apollo della NASA, ma il luogo del lancio, le dimensioni della capsula che avrebbe trasportato l’equipaggio e la durata stimata del viaggio fino alla Luna rispecchiarono molto da vicino quello che successe in realtà.

MANUALE DI UN DIRIGIBILE IN ACCIAIO ONDULATO
Una lettera di Ciolkovskij scritta nel 1911, che si trova all’interno del testo “manuale di un dirigibile in acciaio ondulato”   Ciolkovskij, riporta la famosa frase
“La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla”
Konstantin Ciolkovskij, scienziato e matematico russo, viene spesso definito il padre dell’aeronautica spaziale. Le sue idee visionarie sul futuro dell’umanità nello spazio erano molto avanti per i suoi tempi.
Fu Ciolkovskij a determinare per primo che la velocità necessaria a lasciare l’orbita terrestre è di otto chilometri al secondo, raggiungibile tramite un razzo multi-stadio alimentato da ossigeno e idrogeno liquidi. Nel corso della sua vita pubblicò oltre 500 opere sul viaggio spaziale e altre aree di ricerca correlate, senza mancare di scrivere anche dei romanzi di fantascienza. I suoi lavori includono diversi progetti per la costruzione di razzi spaziali e alcune idee per la realizzazione dei motori di sterzo per i missili, motori booster multi-stadio, stazioni spaziali, camere d’equilibrio per lasciare le navicelle ed entrare nel vuoto dello spazio, e sistemi biologici a ciclo chiuso per fornire cibo e ossigeno all’interno delle colonie spaziali. Si tratta di traguardi incredibili, in particolare se si considera che la maggior parte di tali documenti fu scritta prima che il primo aeroplano prendesse il volo, per di più da un uomo che lasciò le scuole quando aveva appena dieci anni.

I PRIMI PIONIERI
Come nel caso di tutte le specialità della tecnologia contemporanea, l’astronautica affonda le proprie radici nel lavoro di diversi “pionieri” che, sfruttando le conoscenza della loro epoca, svilupparono le prime potenziali teorie e ipotesi, svolsero gli esperimenti necessari a determinare la fattibilità del viaggio spaziale e aprirono la pista al resto della comunità scientifica che, col supporto dell’apparato di ricerca governativo, avrebbe affrontato il costoso compito di fare in modo che i frutti del loro ingegno, spesso contenente delle persone, lasciassero l’atmosfera e la natura critica del nostro pianeta.
 
Il primo a elaborare, con un approccio scientifico, diverse teorie sui viaggi interplanetari fu il russo Ėduardovič Ciolkovskij (1857-1935). Sordo dalla nascita, coltivò la propria educazione leggendo qualsiasi libro gli capitasse tra le mani. Fu lui a concludere che il girante ideale per il viaggio spaziale è un razzo alimentato da carburante liquido composto da idrogeno e ossigeno, per cui disegnò i progetti di diversi sistemi di miscelazione, valvole e ugelli di scarico che si rivelarono poi molto simili a quelli impiegati nei velivoli aerospaziali moderni.
 
Un altro grande contributore alla progettazione di razzi fu Wernher von Braun. In gioventù von Braun si innamorò delle possibilità offerte dall’esplorazione spaziale grazie ai romanzi di Jules Verne e H. G. Wells, nonché ai lavori scientifici di Hermann Oberth. Fu poi Robert Goddard a lanciare con successo il primo razzo a propellente liquido: prima di tale risultato, i missili ricorrevano a carburante solido o in polvere, simile alla polvere da sparo. Il razzo di Goddard, chiamato Nell, raggiunse un’altitudine di 12,5 metri e percorse una distanza di 56 metri durante la parabola discendente il 16 marzo 1926.

Il prototipo è esposto qui.
Lunghezza: 128,27 centimetri
Diametro massimo: 17 centimetri
Spinta: 4,08 chilogrammi

IL DOTTOR WERNHER VON BRAUN
Il dottor Wernher von Braun (1912 - 1977) fu uno dei più importanti sviluppatori di razzi e promotori dell’esplorazione spaziale del ventesimo secolo.
Dopo aver letto la tesi “Il razzo nello spazio interplanetario” di Hermann Oberth e aver ricevuto un telescopio in dono dalla madre, Von Braun decise di diventare un fisico e un pioniere del settore aerospaziale. All’età di 13 anni si cacciò nei guai quando ottenne sei fuochi d’artificio a razzo, li fissò a un camioncino giocattolo rosso e ne accese la miccia. Lasciandosi dietro una scia di fiamme e fumo, il camioncino attraversò rombando cinque isolati e raggiunse il centro città, dove poi esplose.
È noto come “il padre del viaggio spaziale”.
Nel 1937 divenne direttore tecnico del centro missilistico di Peenemünde, in Germania, dove la sua squadra sviluppò il razzo V-2 che von Braun aveva ideato con in mente l’esplorazione spaziale, piuttosto che la guerra. Lungo 14 metri e pesante circa 13.500 chili, il V-2 poteva volare a una velocità superiore ai 5.200 chilometri orari e colpire con una testata da quasi 1.000 chili bersagli lontani anche 320 chilometri. Il primo vettore fu lanciato con successo nell’ottobre 1942 e cominciò a essere impiegato contro diversi obiettivi in Europa occidentale nel settembre 1944.
Nell’aprile 1960 Von Braun divenne direttore del George C. Marshall Space Flight Center in Huntsville per la NASA. La sua squadra sviluppò il Saturn V, che lanciò l’Apollo 5 e permise di raggiungere la Luna nel 1969.
Nel 1970 divenne Vice amministratore associato alla pianificazione della NASA e si trasferì a Washington. Aiutò a fondare il National Space Institute nel 1975 e ne divenne il primo presidente.
Nel corso della sua vita Wernher von Braun ebbe la fortuna di veder realizzati i suoi sogni di gioventù. Ma fece molto più che limitarsi a sognare: il suo duro lavoro, la sua dedizione e la sua ricerca aprirono la pista all’esplorazione pacifica dello spazio, all’allunaggio e all’invio di navicelle di ricognizione nel cosmo.

IL TELESCOPIO DI WHERNER VON BRAUN
Nel 1925 von Braun ricevette il suo primo telescopio da sua madre e poco dopo decise di dedicare la sua vita alla costruzione di razzi e all’esplorazione dello spazio.

IL QUADERNO DEL GIOVANE WERNER VON BRAUN
L’ispirazione può cambiare la vita di qualcuno. Questa replica del quaderno utilizzato da Wernher von Braun durante la sua gioventù intorno al 1924 è pieno di schizzi e calcoli per determinare le quantità di carburante, provviste e materiali necessari durante un viaggio spaziale.
Le illustrazioni accompagnate dalle annotazioni in russo vengono da un libro del fisico Konstantin Ciolkovskij. Considerato il padre della moderna scienza missilistica e aerospaziale, Ciolkovskij, classe 1857, fu il primo a proporre di impiegare razzi multi-stadio e carburanti liquidi. Si notino le notevoli similitudini tra i due disegni.

IL CAMIONCINO “A RAZZI” DI VON BRAUN
Questo piccolo camioncino rosso rappresenta i sogni di un giovane pioniere della scienza missilistica. All’età di 12 anni Wernher von Braun, progettatore del razzo V-2, nonché mente geniale dietro al programma di allunaggio statunitense, iniziò i suoi esperimenti missilistici. Dopo aver fissato sei grossi fuochi d’artificio ai lati di un camioncino di legno, von Braun accese le micce e lo spedì lungo un’affollata strada di Berlino, Tiergarten Strasse, spaventando i passanti e ribaltando le bancarelle della frutta. Il veicolo venne infine distrutto e von Braun fu riaccompagnato a casa dalla polizia.

VALVOLA DI INIEZIONE DELLA CAMERA DI COMBUSTIONE DEL RAZZO V-2 - PRIMO OGGETTO UMANO NELLO SPAZIO
Valvola di iniezione utilizzata nella camera di combustione di un razzo tedesco V-2 risalente alla Seconda guerra mondiale. Misura 2 x 2 centimetri ed è in ottime condizioni, mostrando solo qualche piccolo deposito di ruggine.
Il razzo V-2 fu il primo missile balistico a lunga gittata sviluppato da Wernher von Braun e dalla sua squadra per la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, con l’obiettivo specifico di colpire Londra e, più tardi, Antwerp. Chiamato comunemente “il V-2”, questo razzo a combustibile liquido fu il primo oggetto creato dall’uomo di cui si ha notizia a uscire dall’atmosfera terrestre. Fu il prototipo di tutti i razzi e i missili moderni, inclusi quelli utilizzati dagli Stati Uniti e dalla Russia nei rispettivi programmi spaziali.

SPUTNIK: la linea di partenza della corsa allo spazio
Con lo Sputnik, “il bip sentito in tutto il mondo”, i sovietici sia lanciarono il primo satellite in orbita, sia diedero il via alla corsa allo spazio contro gli Stati Uniti. Trasportato da un razzo Vostok-K, lo Sputnik permise agli scienziati di studiare la densità dell’atmosfera nell’orbita terrestre bassa, nonché di raccogliere dati sulla ionosfera. Il satellite era una sfera lucida di 58 centimetri di diametro, dotata di quattro antenne esterne per la trasmissione di impulsi radio. Dal lancio del 4 ottobre 1952, lo Sputnik inviò segnali per 22 giorni e orbitò intorno alla Terra per tre mesi. La reazione statunitense all’evento storico fu caratterizzata da tanta curiosità quanto timore, risultando in un’accelerazione dello sviluppo delle tecnologie aerospaziali. Qui esposto si può ammirare uno dei modelli utilizzati per effettuare i test.

LAIKA e altre creature nello spazio
La storia degli animali nello spazio è piuttosto curiosa: i fratelli Mongolfier furono i primi, nel 1783, a posizionare un’oca, un gallo e una pecora nella gondola di una mongolfiera, e gli animali volarono per dieci minuti prima di riatterrare incolumi a due chilometri di distanza. Qualche mese più tardi, il 21 novembre, Pilâtre de Rozier e il marchese d’Arlandes furono i primi esseri umani a prendere il volo.
La cagnolina Laika fu il primo animale a entrare in orbita e dimostrare che un mammifero poteva sopravvivere in un ambiente privo di gravità. Il lancio avvenne il 3 novembre 1957. Purtroppo lo Sputnik 2, su cui viaggiava, non era stato progettato per il rientro. Belka e Strelka ebbero invece più fortuna: vennero lanciate il 19 agosto 1960 a bordo dello Sputnik 5 e tornarono sane e salve dopo aver completato 18 giri completi intorno alla Terra.

Navicella VOSTOK 1
La Vostok 1 è stata la prima navicella spaziale a portare nello spazio un essere umano, Jurij A. Gagarin, con 25 giorni di anticipo rispetto al primo volto sub-orbitale completato dagli Stati Uniti. In ragione delle preoccupazioni legate ai possibili effetti collaterali dell’assenza di gravità, i controlli della navicella erano stati bloccati prima del lancio e l’intera missione fu sempre pilotata dal personale a terra.
La navicella si componeva di una cabina quasi perfettamente sferica ricoperta di materiale ablativo, oltre a tre piccoli oblò e diverse antenne radio esterne. Le radio, il sistema di supporto vitale, la strumentazione e il sedile di espulsione si trovavano tutti all’interno della cabina dell’equipaggio, che era a sua volta attaccata a un modulo di servizio che trasportava batterie chimiche, razzi di sterzo, il sistema di inversione principale e altro equipaggiamento a supporto del sistema nel suo complesso. Al rientro, questo modulo venne separato dalla cabina dell’equipaggio. Dopo un’orbia, la navicella rientrò in atmosfera e atterrò in Russia (circa 26 chilometri a sud-ovest di Engels) a un’ora e 48 minuti dal lancio. La navicella Vostok era progettata per espellere il cosmonauta a circa sette chilometri di distanza dal suolo e consentirgli così il rientro tramite paracadute. Benché i primi rapporti resero difficile capire se Gagarin fosse effettivamente rientrato così o rimanendo a bordo del vettore, i resoconti successivi confermarono l’utilizzo del paracadute dopo l’espulsione dalla capsula. Le comunicazioni radio con la Terra rimasero ininterrotte durante tutto il volo, e fu possibile anche fare alcune trasmissioni video dallo spazio.

TUTA “BAKLAN” PER VOLI AD ALTA QUOTA
Prima dei viaggi spaziali si svilupparono i voli ad alta quota, in cui i velivoli sperimentali venivano portati al limite con la stratosfera. Si trattava prevalentemente di voli militari, che coinvolgevano in particolare gli aerei da ricognizione. Viste le enormi altitudini che raggiungevano, vennero sviluppate delle tute per stabilizzare la pressione di chi le indossava e che avrebbero fatto da precursori alle successive tute da astronauta. Come si può osservare, la tuta Baklan assomiglia a quella indossata dall’avventuriero austriaco Felix Baumgartner, che detiene ancora oggi il record del salto più alto in caduta libera con paracadute. Nonostante le differenze estetiche, i principi di progetto e gli elementi costitutivi sono molto simili.
La tuta pressurizzata Baklan fu sviluppata da Zvezda per gli equipaggi degli aeromobili d’alta quota fin dal 1970. Sulla base di questo modello nacque poi la Strizh, una tuta spaziale inizialmente ideata per i cosmonauti della navicella russa Buran, simile alla tuta Sokol indossata dai membri dell’equipaggio della Soyuz. Fu progettata per proteggere i cosmonauti in caso di un’eventuale espulsione dal vettore ad altitudini di fino a 30 chilometri e il conseguente raggiungimento di una velocità di Mach 3, un valore adimensionale che rappresenta il rapporto tra la velocità macroscopica e la velocità locale del suono, ed espresso tramite la formula “M = u/c”, dove “M” rappresenta il numero di Mach, “u” indica la velocità macroscopica (interna, come nel caso di un oggetto immerso in un fluido, o esterna, come un canale) e “c” è la velocità del suono nel mezzo considerato.

JURIJ GAGARIN
Gagarin è meglio ricordato da un’intera generazione di russi per aver esclamato "Poyekhali!" quando la navicella Vostok su cui si trovava lasciò il suolo. La frase può essere tradotta in “Andiamo!” o “Partiti!” ed è ora diventata parte del parlato quotidiano dei russi.
La sua frase più famosa fu però questa: “Girando attorno alla Terra, nella navicella, ho visto quanto è bello il nostro pianeta. Il mondo dovrebbe permetterci di preservare e aumentare questa bellezza, non di distruggerla!”.
Il colonnello Jurij Gagarin nacque in una fattoria collettiva in una regione a ovest di Mosca, in Russia, il 9 marzo 1934. Suo padre era un falegname. Frequentò la scuola locale per sei anni e prosegui la sua educazione presso istituti tecnici e vocazionali.
Jurij Gagarin si unì all’aeronautica militare russa nel 1955 e si diplomò con lode dall’accademia sovietica di aeronautica militare nel 1957. Poco dopo, divenne un pilota di aerei militari e, nel 1959, fu selezionato per entrare a far parte della prima squadra di cosmonauti dell’URSS e ricevere la formazione dedicata.
Gagarin prese parte a una sola missione spaziale: il 12 aprile 1961 divenne il primo essere umano a completare un’orbita intorno alla Terra. La sua navicella, la Vostok 1, girò attorno al pianeta alla velocità di 27.400 chilometri orari all’ora, e il volo durò complessivamente 108 minuti. Raggiunto il punto più alto, Gagarin si trovò a un’altitudine di 327 chilometri rispetto al suolo terrestre.
Una volta in orbita, Gagarin non aveva controllo della navicella; il rientro della Vostok fu pilotato da un programma informatico, che inviava comandi radio alla capsula spaziale. Nonostante la disabilitazione dei controlli, una chiave era stata riposta in un involucro sigillato, così che Gagarin potesse accedervi in caso di necessità e prendere quindi il controllo del vettore. Tutto andò secondo i piani: una volta rientrato nell’atmosfera terrestre, il cosmonauta si espulse dalla navicella e riatterrò a terra con un paracadute.
Il colonnello Jurij Gagarin morì il 27 marzo 1968 quando il caccia MiG-15 che stava pilotando si schiantò fuori Mosca. Al momento della sua morte, si stava preparando ad affrontare la sua seconda missione spaziale.

TUTA “VKK-6” PER VOLI AD ALTA QUOTA
La VKK-6M è la più comune tuta da volo dell’epoca sovietica e dell’aviazione militare russa. Fu progettata per per i voli lunghi ad altitudini elevate. VKK significa "vysotno-kompensiruyushchi kostyum", ovvero “tuta di compensazione in altitudine”. Questo modello permise di testare quelle che sarebbero diventate le tute spaziali. In utilizzo, veniva collegato tramite dei tubi ai connettori installati sul cruscotto di pilotaggio, e non era dotato di valvola di controllo della pressurizzazione, che piuttosto si trovava nella cabina. Fu utilizzato dai piloti dei caccia MiG-25R nel 1965.

PRIMO SATELLITE AMERICANO – Explorer 1
In risposta ai traguardi raggiunti dai sovietici con lo Sputnik, gli Stati Uniti ribatterono con il lancio dell’Explorer 1. Questo satellite, trasportato da un razzo Jupiter-C, lasciò il pianeta il 31 gennaio 1958 e fornì prove rivoluzionare dell’esistenza delle fasce di Van Allen, che proteggono la Terra dalle radiazioni solari dannose. Tutti e tre gli stadi superiori erano posizionati all’interno del corpo principale del satellite e ruotavano sul loro asse all’incredibile velocità di 750 giri al minuto. Il successo della missione che coinvolse l’Explorer 1 dell’esercito statunitense risultò nella creazione della National Aeronautics and Space Administration (NASA), un’organizzazione di natura civile dedicata all’esplorazione dello spazio.

Altezza: 21,2 metri
Massa: 29.180 chilogrammi
Diametro massimo: 1,78 metri
Propulsione al lancio: 37.648 chilogrammi

ANIMALI NELLO SPAZIO: GLI ALTRI PAESI
Nel 1959 gli Stati Uniti avevano bisogno di ottenere una vittoria nel contesto della Guerra fredda e, a tal fine, il Paese rivolse la propria attenzione al volo spaziale. Così, una coppia di scimmie di specie diverse venne preparata e infilata in un missile Jupiter. I due primati, chiamati Able e Baker, divennero i primi a sopravvivere a un volo spaziale suborbitale antelucano il 28 maggio 1959. Il loro rientro in buona salute le rese immediatamente delle celebrità, nonostante il volo in sé non fosse neppure la componente più drammatica della loro storia. Annunciando il successo della missione, la NASA presentò Able e Baker alla stampa nella stessa stanza in cui, un mese prima, avevano introdotto i candidati per il Mercury 7, il primo equipaggio composto da astronauti umani.
 
Qui si può vedere Able, che era una scimmia scoiattolo.
 
Gli unici gatti a raggiungere lo spazio negli anni ‘60 furono due felini francesi, di cui solo uno tornò vivo, mentre l’altro morì durante la missione. Dopo l’anno 2000 anche l’Iran svolse alcuni esperimenti che coinvolgevano animali, soprattutto scimmie, con l’idea di lanciarli nello spazio. Nel 2013 una scimmia, probabilmente un macaco, divenne la protagonista di un volo che si concluse col suo rientro in sicurezza. Negli anni le critiche degli animalisti sono progressivamente aumentate, sostenendo che il coinvolgimento negli esperimenti spaziali degli animali, incapaci di fornire il proprio consenso, risulta ormai obsoleto e inutilmente crudele.

QUAL È LA DIFFERENZA TRA UN ASTRONAUTA E UN COSMONAUTA?
Durante la corsa allo spazio, sia gli Stati Uniti che la Russia rifletterono su che nome dare ai propri esploratori spaziali: i Paesi erano alla ricerca di un appellativo semplice, che aiutasse il pubblico a comprendere la differenza tra quelli della flotta americana e quelli sovietici. Fu l’agenzia americana NASA che, alla fine, decise di chiamare i propri esploratori “astronauti”, portando l’Unione sovietica a scegliere “cosmonauti”.
 
I requisiti per diventare astronauti o cosmonauti sono leggermente diversi da Paese a Paese, dal momento che ogni nazione ha le proprie linee guida specifiche. Detto questo, il lavoro in sé è praticamente lo stesso!
 
Letteralmente, “astronauta” significa “marinaio delle stelle” o “navigatore delle stelle”, mentre “cosmonauta” vuol dire “marinaio/navigatore dell’universo”. Entrambi i termini vengono dal greco antico.

LA PRIMA NAVICELLA SPAZIALE AMERICANA
La navicella Mercury fu il primo veicolo spaziale con equipaggio umano degli Stati Uniti. Fu lanciata nel 1959 e rimase operativa fino al 1963. Non era dotata di computer e tutti i sistemi a bordo erano controllati tramite timer meccanici o direttamente dal singolo pilota. La capsula fu lanciata sia dal razzo Mercury-Redstone che dal Mercury-Atlas, e trasportò gli astronauti durante viaggi tanto suborbitali quanto orbitali. I membri dell’equipaggio non potevano superare il metro e 80 in altezza: gli spazi erano talmente ristretti che i progettisti dovettero conformare i sedili sulla forma del corpo degli astronauti.

Altezza: 345,4 centimetri
Massa: 1360,8 chilogrammi
Diametro massimo: 188 centimetri
 
Il Mercury-Redstone 3, o Freedom 7, lanciato il 5 maggio 1961, accompagnò il pilota e astronauta Alan Shepard nel primo viaggio spaziale statunitense con equipaggio umano. Si trattò del punto di partenza del progetto Mercury, il cui obiettivo ultimo era portare un astronauta in orbita e garantirne il rientro in sicurezza.
 
 

L’UOMO IN LATTINA
La capsula dell’astronauta Glenn si chiamava “Friendship 7”, ovvero “amicizia sette”, nel rispetto della tradizione di includere un numero nel nome delle navicelle Mercury per scaramanzia.
 
A partire dal 1958 la capsula Mercury venne sviluppata per diventare la prima navicella spaziale americana. Fu progettata in modo da essere il più leggera possibile, così da raggiungere l’orbita tramite i missili militari disponibili all’epoca. L’astronauta indossava una versione modificata della tuta per voli d’alta quota dei piloti militari.

POSTO SINGOLO, NIENTE BAGAGLI
La minuscola capsula divenne la casa dell’astronauta Glenn per tutte e cinque le ore del volo. Le cinture di sicurezza lo tenevano fermo nel sedile modellato specificamente sulle forme del suo corpo.

LA CITAZIONE DI UN ASTRONAUTA:
“RISOLVI IL TUO PROBLEMINO E ACCENDI QUESTA CANDELA”
Alan shepard Non solo divenne famoso per essere stato il primo americano a raggiungere lo spazio a bordo della capsula Mercury Redstone 3 (soprannominata Freedom 7) il 5 maggio 1961, ma anche per essere completamente fuori di testa. Al momento del lancio, infatti, se si prendevano in considerazione tutti i tentativi precedenti della Redstone, la probabilità di fallimento della missione era del 58%. Certo, non tutti i razzi erano esplosi (o, almeno, non subito): alcuni erano andati fuori rotta ed erano stati fatti saltare in aria per ragioni di sicurezza, mentre altri avevano funzionato solo a metà. Detto questo, se stai cercando di andare nello spazio e i razzi che ti ci dovrebbero portare sbagliano direzione, non è che ti sta andando proprio benissimo.
 
Shepard, però, giusto per far capire che tipo di persona era, volle partire immediatamente subito dopo Ham. Fu von Braun a richiedere che venisse effettuato un lancio di prova con una navicella Mercury pronta ma senza equipaggio, viste le statistiche disponibili, e fu questa precauzione che permise ai sovietici di battere gli americani. Vale comunque la pena ricordare che i russi riuscirono a far effettuare al proprio cosmonauta un’orbita completa intorno alla Terra, un’impresa assai più difficile. Ma Shepard, all’epoca, non stava pensando ai razzi che esplodevano; al massimo, i suoi dubbi lo portarono a chiedersi se sarebbe stato lui a fare qualcosa di sbagliato durante il volo, nonostante si sarebbe dovuto trattare, in tutta onestà, di un’uscita di 15 minuti, che quindi non avrebbe richiesto lo svolgimento di operazioni particolarmente complesse. Detto questo, al lancio le sue parole furono: “Ti prego, Dio, fa’ che non faccia cavolate”. La frase è nota ancora oggi tra gli aviatori come la “preghiera di Shepard”.
 
In realtà, di problemi ce n’erano ancora, anche se piccoli. Shepard entrò nella navicella alle cinque e un quarto di mattina, circa due ore prima dell’orario programmato del lancio, che sarebbe avvenuto alle sette e venti. Aveva fatto una ricca colazione: carne, uova, toast, caffè e spremuta d’arancia.
 
La COLAZIONE DEI CAMPIONI, in pratica, che sarebbe diventata una tradizione tra gli astronauti (che sono persone molto superstiziose). Più tardi, mentre era in attesa della partenza, cominciò a sentire uno stimolo; contattò il centro di volo Goddard e disse: “Ragazzi, mi scappa la pipì”. “Buono a sapersi,” gli risposero.
 
Non si trattava di una risposta sarcastica, perché nessuno dei tecnici aveva previsto la possibilità che qualcosa del genere potesse accadere. D’altronde, il volo avrebbe dovuto essere breve e Alan, da bravo ragazzo, non aveva fatto un’ultima puntata in bagno prima di uscire di casa. Avrebbe dovuto tenerla, non c’era più tempo.
 
Alle sette e cinque di mattina, 15 minuti prima dell’ora X, il lancio fu posticipato per consentire il passaggio di alcune nuvole; una buona visibilità era essenziale per scattare le fotografie della Terra.
 
non la tengo più!
Resisti! il viaggio è molto breve
Le nuvole passarono, ma il volo fu posticipato ancora una volta, per sistemare l’alimentatore.
Ragazzi!
Pensa di essere nel deserto!
Non stavano cercando di farsi un dispetto: per consentirgli di andare in bagno avrebbero dovuto predisporre la cosiddetta “camera bianca”, un ambiente perfettamente pulito e controllato, oltre a perdere molto tempo per aprire l’uscita posteriore della Mercury. Shepard avrebbe dovuto aspettare, anche perché, in ogni caso, il viaggio non sarebbe durato a lungo. Sistemato l’alimentatore, il conto alla rovescia riprese, per essere interrotto un momento dopo: era necessario riavviare un computer dal centro di volo.
"Ragazzi, fermate tutto! Sto per farmela addosso!!!”
 
Fu il panico al centro di volo. Non per i problemi igienici che sarebbero potuti insorgere, che poco importavano a tutti, ma perché l’urina è praticamente acqua e aveva quindi il potenziale per causare il corto circuito di qualche sistema elettrico, come quello degli elettrodi medici posizionati sul corpo dell’astronauta. Shepard, però, non volle sentire ragioni: disse che venissero disattivati gli elettrodi e procedette a farsi la pipì nelle mutande.
 
Ma, dal momento che era sdraiato sulla pancia, il liquido risalì lungo la schiena fino alle sue spalle. “Blaaa!” fu la sua risposta alle domande preoccupate della sala controllo, che commentò il suo disgusto dicendo che almeno adesso sarebbe stato al caldo. Fortunatamente l’ossigeno che veniva fatto circolare nella tuta consentì una rapida asciugatura e il conto alla rovescia riprese. Alle nove e 34 minuti il razzo lasciò il suolo, inviando la Freedom 7 e l’eccentrico astronauta nello spazio. Come si vedrà più avanti, Shepard tornerà nello spazio una seconda volta, proprio per andare sulla Luna, nel contesto dell’Apollo 14. Questa missione è diventata famosa anche perché fu l’unica durante la quale qualcuno si portò dietro una mazza per giocare a golf durante l’allunaggio. Provate a indovinare di chi si trattò? Le due palline lanciate in gravità ridotta sono ancora oggi da qualche parte sulla superficie lunare, perse tra i crateri.

LA PRIMA DONNA NELLO SPAZIO
VALENTINA TEREŠKOVA: la prima donna sovietica a volare nello spazio a bordo della capsula Vostok 6 tra il 16 e il 19 giugno 1963.

Citazioni:
“Ehi, cielo, togliti il cappello: sto arrivando!”
“Una volta che si è stati nello spazio, si capisce quanto la Terra sia piccola e fragile.”
“Non è possibile negare il ruolo fondamentale ricoperto dalle donne nella comunità mondiale. Il mio volo fu solo un altro impulso a proseguire con i contributi del genere femminile.”
“Più donne dovrebbero partecipare attivamente ai voli spaziali. È pieno di donne istruite che lavorano nel settore aerospaziale e sono tutte ottime candidate.”


Torna ai contenuti